In questa Semi Eternità
rubrica settimanale dedicata alla poesia italiana contemporanea inedita
ideata e curata da Massimo Ridolfi
DINO VILLATICO
(Roma, 1941)
Exegi monumentum aere perennius
Orazio, Odi, III, 30
Che cosa resterà di me, se chiedo,
impune pellegrino della vita,
scribacchino per caso e per fortuna
superstite di un mondo in estinzione,
che resterà, finito il mio respiro,
tranne questo mio corpo che si sfalda,
che ride già tra chi, sopravvissuto
a sé stesso, si guarda solo indietro,
perché davanti a sé non vede spazio
se non di figurate piroette,
ma pronto ad ingoiarlo un buco nero.
Qualcosa che non mio, non il mio corpo,
mi dico - e dire, sembra, è quanto ancora
permane tra i silenzi sottaciuti
ma stabili del sangue nelle vene -
dirlo però di me, mi riquestiono,
dirlo di che sezione del mio corpo,
di me, di ciò che sono? o caso mai
solo in parte corpo, e poi che cosa?
se naviga per altre impervie rive,
rive che non conosco, o a quale riva,
giunto sull’orlo di quello strapiombo
mi affaccerò, spaesata vista, tolti
come saranno gli occhi per guardarla?
quale voce per me pronuncerà,
stupita di ascoltarle, senza fiato
in quel punto le flebili parole
che riconoscerò come mia voce?
Mi consola, scrutandone il cammino,
o forse no - m’infligge più dolore -
m’incoraggia a sentirmela certezza
l’incertezza del tempo, di un domani
che quanti altri domani seguiranno
m’è interdetto sapere, se sia chiave
o non sia chiave il segno dell’assenza,
la sussistenza di una sottrazione
che mi spieghi il mio mondo, circoscriva
quella che m’è quaggiù periferia
non so quanta del cosmo, o quanta un punto,
un punto irrilevante, che nessuno
saprà vedere, figurarsi, forse,
se immaginare, ancora, in un pianeta
piccolo e inconsistente che volteggia
intorno alla sua stella marginale,
marginale perfino la galassia
dentro la quale ruota indisturbato;
e voltarmi in quel punto indietro o, meglio,
puntiglioso, testardo, senza sosta,
guardare avanti, ah! lo ripeto ancora,
che cosa resterà di me, che cosa,
anzi, non già di me, ma del percorso
di quest’animaletto supponente,
per caso o per destino me compreso,
questo sapiens, perfetto e delirante
insipiens,che anche se lo ignora tutto,
crede che tutto gli sia noto e quindi
gli si spalanchi bella e apparecchiata
come una preda tutto l’universo:
illuso, un punto, niente altro che un punto,
l’ininfluente insipiens, e con lui
la storica sapienza che gli finge
un destino di principe del mondo.
Sì: noi scompariremo, spariremo;
il mondo si riavvolgerà sull’asse
di sé stesso, ritornerà un ammasso
di materia, scomparirà in un buco
che tutto ingoia, e che non lascia niente
fuori di sé, niente che si sottragga
al suo vorace vortice di rabbia;
nell’energia che scatenò l’infausta
esistenza dei mondi e di noi stessi,
o forse prima, imploderà sfinito,
cancellerà perfino la memoria
di essere stato un mondo, e di finire,
come sempre finisce ogni altro mondo;
cancellerà perfino della fine
anzi la traccia, e senza la memoria
di ciò che accadde, e che così si sciolse,
di noi, di ciò che fummo, senza voci,
o testimoni, non si accorgerà
nessuno, se qualcuno vorrà dirlo.
Monumento perenne di minuzie
il bronzo se verrà, nella rinata
vita di un nuovo mondo, la poesia
registrerà la propria sparizione,
o il nostro impronunciabile ricordo.
Fiano Romano, 20-27 giugno 2025
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La Redazione
