LIBRI: WISH YOU WERE HERE
«I bambini rumorosi passano davanti alla finestra della signora con i capelli a caschetto neri che non si affaccia mai, ma scansa la tenda bianca per guardare fuori.»
Claudia Fofi
È respingente il titolo di questo libro di Claudia Fofi, un esordio di romanzo. Uisciueriar, che tenta di trascrivere la fonetica del pezzo probabilmente più famoso dei Pink Floyd, Wish You Were Here (dall’album eponimo targato 1975, un assoluto capo d’opera), che andrebbe inteso come onomatopea, cioè come suono delle cose che formano un ambiente perché questa canzone è entrata a far parte dei raccolti oggetti del mondo. Ma per superare questo fatto respingente, bisogna scorticarla questa parola, questo tentativo di parola, e vedere cosa c’è sotto.
E appena sotto la pelle di questa parola troviamo una storia famigliare, che ha carattere sociale, civile, politico: il disagio mentale che abita ancora nascosto nelle nostre case è protagonista di questo racconto, trincerato dentro la gabbia del Nostro lessico famigliare, per nulla emancipato a malattia e basta ma ancora invischiato nella vergogna e nello stigma. La depressione qui è raccontata bene. Detta bene. Detta vera. Senza enfatizzarne gli aspetti ma portandone in luce, una luce misericordiosa, amorosa, gli effetti, nei fermi oggetti, nei gesti, nei non gesti. Nelle azioni compiute. Nelle azioni negate. L’afasia. L’immobilità. La stanchezza di tutto. Prima di tutto di se stessi.
Claudia Fofi inasprisce ulteriormente il contrasto sociale perché mette in scena il suo romanzo sulle assi della provincia italiana, e, in particolare, tra usanze e pregiudizi della terra umbra. Chiusa. Lontana dal mare. Che per mare rivendica un lago che non sarà mai mare. Lontana. Chiusa da un geografia che non aiuta.
E l’autrice usa un linguaggio corrente per dirci questa storia di emarginazione, che prende dalla strada, direttamente dai bambini, dagli adulti e dai vecchi anche, gergale a volte, che usa il dialetto – si badi bene che l’autrice agisce da parlante dialettale, ed è valore ulteriore di questo testo; e il tutto impasta dentro un dettato nervoso, urgente ma sempre ben sorvegliato. E il tutto segna a questo esordio uno stile, un particolare contrappunto musicale.
E Anna è lì che, seppur evitante, tutti li guarda. Come guarda gli oggetti intorno ai suoi ricordi. È lì, come “una cosa strana del piazzale”, della vita. Anna è malata di una malattia mortale, di una malattia che non si dice. Di una malattia che non passa. Che resta lì, se non passa. Che resta lì, se non ti togli di mezzo.
L’autrice non cede mai al patetismo perché, argutamente, sceglie principalmente il primo crudele esistere dei bambini per raccontarci la sua storia di provincia. Quindi si munisce di una distanza considerevole dalle colpe del giudizio e del giudicante. E assolve così pienamente al ruolo di scrittore affrontando un tema sicuramente conosciuto facendone un racconto, ben salda all’arte di scrivere, ben lontana dal debordante Io autofinzionale o diaristico tanto in voga – tant’è di moda l’andare in cerca di successo, mai facile ma sempre scontato, invece che fermarsi su una sedia, appoggiati a un tavolino, a fare libri veri.
Ecco, c’è sicuramente un’osservatrice attenta dietro queste pagine, dietro quel “vetro della finestra del soggiorno”, un occhio che tutto quello che vede si mette a scriverlo con partecipazione, senza giudizio, senza pregiudizio, tanto che si fa fatica a crederlo questo della Fofi un esordio, un tentativo di stare con le parole accanto alle cose, il più vicino possibile al racconto dell’uomo e delle sue, solo sue, sofferenze.
MASSIMO RIDOLFI
