Teramo - Nell’Aula Magna “Benedetto Croce” dell’Università degli Studi di Teramo si è tenuta la cerimonia di inaugurazione dell’Anno Accademico 2025/2026. In una fase storica di incertezza e sfide globali senza precedenti, la cerimonia vedrà la presenza d’eccezione di Ambasciatori e Rettori di università estere come corale testimonianza di unità e cooperazione internazionale.
In linea con il nuovo modello di internazionalizzazione voluto dal Magnifico Rettore Christian Corsi, l’Università degli Studi di Teramo vuole così rinnovare il proprio impegno di istituzione culturale e accademica aperta al mondo, votata all’eccellenza nella formazione e nella ricerca e motore di cittadinanza consapevole e progresso civile.
Impennata di iscrizioni (+25%). Corsi: «Siamo la stazione appaltante e più importante della Regione Abruzzo con 51 milioni di investimenti pubblici»
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Inaugurato questa mattina l’Anno Accademico 2025/2026 dell’ateneo. n una fase storica di incertezza e sfide globali senza precedenti, la cerimonia ha visto la presenza d’eccezione di Ambasciatori e Rettori di università estere come corale testimonianza di unità e cooperazione internazionale. «La parola d'ordine e l'internazionalizzazione. La parola d'ordine è il modello di sviluppo del nostro Ateneo. Viene sigillato oggi con la presenza dei più importanti ambasciatori. Sono arrivati gli ambasciatori del Brasile, della Germania, del Libano, della Slovacchia, due alti diplomatici della Santa Sede. È una sintesi di quello che l'Università di Teramo ha fatto in questo primo anno in cui ha riconosciuto l'internazionalizzazione come un vero e proprio modello di crescita e di sviluppo. Un Ateneo che con autorevolezza ha implementato dei rapporti internazionali di prim'ordine per rafforzare la didattica, la ricerca, la cooperazione internazionale e il trasferimento tecnologico con le più importanti e prestigiose università al mondo» ha dichiarato il Rettore. Nella solenne cerimonia il rettore, Christian Corsi, ha snocciolato importanti dati che riguardano l’Ateneo. In particolare l’aumento vertiginoso delle iscrizioni: «Per la prima volta dopo 5 anni di decrescita, quest'anno l'Università di Teramo registra il più 25% e la più alta percentuale di incremento di tutte le università pubbliche italiane. È un risultato straordinario.
E il secondo dato, più 160% di incrementi sugli studenti internazionali e in riferimento al numero degli studenti siamo secondi solo all'Università degli Studi di Bologna. È un risultato straordinario frutto di un lavoro di squadra di tutti i miei delegati di un Ateneo che finalmente inizia a crescere».
Ma non solo: prosegue, ormai senza intoppi, la realizzazione della cittadella cultura «Con grande soddisfazione abbiamo vinto i due ricorsi, con coraggio e determinazione. La prossima settimana firmeremo il contratto per l'affidamento dei lavori, un Ateneo che fissa gli obiettivi, li raggiunge con grande determinazione. E si procede il cantiere per il Polo Agro bio veterinario, dislocato tra coste sant’Agostino e Piano d’Accio: «Tra qualche ora apriremo il cantiere. Scadono tra 48 ore gli ultimi termini e anche lì siamo pronti. Sono particolarmente contento perché in questo momento l'Università di Teramo è la stazione appaltante e più importante della Regione Abruzzo con 51 milioni di investimenti pubblici».
Il discorso del Magnifico Rettore Christian Corsi
Eccellenze diplomatiche,
Autorità,
Gentili ospiti tutti,
Colleghe e colleghi,
Studentesse e Studenti,
Personale tecnico, amministrativo e di biblioteca.
A tutte e tutti rivolgo un caloroso saluto e un ringraziamento per essere qui oggi.
Siamo onorati della così ampia partecipazione a questa giornata solenne per il nostro Ateneo.
Con particolare emozione e profondo senso di responsabilità, viviamo questo momento come
un atto di rinnovato impegno al servizio della nostra comunità accademica.
E in questa solenne circostanza, vogliamo richiamare il senso del progetto che viviamo tutti
insieme, come alto ufficio di servizio di uno dei pilastri fondamentali dell’ordinamento
democratico. Un presidio che siamo chiamati a custodire con rigore etico e rettitudine, affinché
l’istituzione accademica sia sempre un modello di governance trasparente, lungimirante e
orientata all’eccellenza. È un impegno che abbiamo assunto e che rinnoviamo anche oggi verso
tutte le nostre studentesse e i nostri studenti, che sono al centro di tutte le nostre attività.
Con questo spirito, più che elencare risultati, progetti in corso e traguardi raggiunti dal nostro
Ateneo, oggi preferisco volgere insieme a voi lo sguardo al futuro, verso i valori che definiscono
l’essenza stessa della nostra istituzione, verso la visione che anima la nostra missione universitaria.
Viviamo in un tempo dominato dalla velocità dei mutamenti tecnologici e da un frastuono che
satura lo spazio del pensiero e rende difficile l’ascolto di sé e degli altri. È nostro dovere fermarci
e riflettere. A partire dal bene più prezioso che coltiviamo nel nostro Ateneo: i giovani.
Come comunità accademica, il primo atto di responsabilità che dobbiamo alle nuove
generazioni è interrogarci sui loro obiettivi e desideri, che sono alla radice delle finalità della nostra
società. E dobbiamo porci una domanda: verso quale futuro stiamo proiettando i desideri, le
ambizioni, i progetti dei nostri giovani?
Se dovessimo interpretare l’aspirazione più autentica delle nostre studentesse e dei nostri
studenti, dovremmo avere il coraggio di usare una parola antica e purissima: la felicità. Non come
appagamento effimero o passivo, ma la felicità che i greci definivano “Eudaimonia”, ovvero
la realizzazione del proprio “buon demone”, il fiorire del proprio potenziale all’interno della polis.
Fiorire con e nella comunità che abitiamo.
In questa ricerca della felicità dei nostri giovani trova legittimazione la nostra missione più
autentica. Da una parte quella di fornire gli strumenti e le più elevate competenze professionali
per affrontare le sfide del presente. Dall’altra la missione culturale, tesa a forgiare una
consapevolezza profonda e critica nelle proprie capacità e a offrire gli stimoli intellettuali e i
riferimenti etici necessari per diventare cittadini attivi e consapevoli.
Una consapevolezza che è architrave della democrazia stessa e consiste nella capacità di abitare
la complessità del mondo come protagonisti e come custodi del bene comune. Come cittadini
che scrivono la storia e non la subiscono, come donne e uomini che vivono e progettano lo spazio
pubblico in quanto custodi della democrazia.
Questa partecipazione attiva allo spazio pubblico richiede, oggi più che mai, il coraggio della
responsabilità intellettuale. E l’università è il luogo in cui questa responsabilità si tempra, dove il
sapere non è un requisito intellettuale da spendere sul mercato ma un bene collettivo da mettere
al servizio della costruzione di una società più equa.
«Nessuno può vivere felicemente se guarda solo a sé stesso e volge tutto al proprio utile». Cito parole di
Seneca per confermare come la nostra prima responsabilità verso le nuove generazioni non sta,
dunque, solo nella formazione dei singoli individui, ma nel contribuire a ridisegnare le traiettorie
della società. Ovvero a preparare i giovani a orientare il futuro delle comunità che serviranno e
guideranno come persone, come cittadini e come professionisti.
Il nostro mandato non si esaurisce nella nobile missione di formare eccellenti giuristi,
veterinari, biotecnologi, esperti di politiche, economisti e comunicatori. Se ci limitassimo a
trasferire solo i saperi settoriali, verremmo meno al compito più alto che ci è stato affidato. Cioè
quello di contribuire alla formazione di cittadini che siano protagonisti del proprio tempo, attori
consapevoli e autentici della complessità del mondo e della vita.
E aprendo questo Anno Accademico, che vedrà anche la celebrazione dell’ottantesimo
anniversario della fondazione della nostra Repubblica, non possiamo che augurarci che sarete
voi, care studentesse e cari studenti, a raccogliere il testimone delle Madri e dei Padri costituenti.
Voi siete i nuovi “Costituenti” di un ordine globale ancora in divenire. I protagonisti di un nuovo
patto di sviluppo che rinnovi i valori di libertà, dignità e cooperazione internazionale della Carta
costituente, facendogli varcare i confini e giungere alla comunità globale.
Come università il nostro compito è sostenervi e starvi accanto come mentori e come guide,
offrendovi quella bussola culturale in grado di consolidare il vostro talento e la vostra
consapevolezza.
E per essere in grado di farlo e di contribuire alla felicità e allo sviluppo dei nostri giovani,
invito tutti noi a trovare il tempo di esercitare una vera capacità di ascolto delle loro attitudini,
delle fragilità e delle sensibilità che abitano il loro quotidiano. Quella dei giovani è una generazione
che avverte il peso di un mondo in mutamento ma che troppo spesso gli adulti hanno fretta di
connotare come distratta o poco impegnata. Questa è una visione generalista e distorta. La realtà
è quella di una gioventù valorosa e capace, animata da un desiderio di autenticità che va oltre i
nostri schemi consolidati.
Tuttavia, la consapevolezza non può nutrirsi di solitudine o di provincialismo e per la loro
crescita i nostri giovani necessitano di stimoli costanti e di confronto. E in questa prospettiva che
la nostra strategia di internazionalizzazione di Ateneo assume un valore non solo accademico, ma
etico e civile.
Un valore che abbiamo voluto sancire solennemente aprendo questa cerimonia alla presenza
d’eccezione degli Ambasciatori - che ringrazio - di Kosovo, Slovacchia, Germania, Libano,
Lussemburgo, Brasile e Colombia. Insieme, oggi, rappresentano un messaggio di unità, che ci piace
sottolineare, mentre lo
scenario internazionale vede il dipanarsi di crisi geopolitiche che stanno incrinando gli equilibri.
Uno scenario dominato da dinamiche violente e predatorie, dove le strutture e le istituzioni di
risoluzione collettiva dei problemi vacillano.
Questo è però anche il momento di rifuggire fermamente alla tentazione di chiuderci ciascuno
nella propria dimensione. Questo è il momento di cercare, con ancora maggiore forza, l’unità e
l’inclusione. Questo è il momento di aprirsi al mondo. L’accademia è chiamata a farsi interprete
della complessità che ci circonda e ad aprirsi al dialogo costante con la società. Teramo, la nostra
città, deve riscoprire la sua identità di città accogliente e aperta. L’Abruzzo è chiamato a proiettarsi
su scala globale come terra di opportunità e di accoglienza. L’Italia, infine, deve riaffermare il suo
ruolo e la propria statura intellettuale e istituzionale, in Europa e nel mondo, tornando a essere
crocevia di diplomazia e idee.
L’apertura al mondo è il senso più profondo di questa giornata, nella quale la nostra università,
le nostre università - e ringrazio tutti i rettori per essere oggi qui - testimoniano la centralità del
sistema universitario per lo sviluppo della conoscenza e della cultura nella nostra società. E lo
testimoniamo scegliendo di non difendere spazi chiusi e particolarismi ma affermando che questo
è il momento di accogliere e di aprirsi al mondo.
La nostra è un’università giovane, ma la missione di unità e accoglienza è profondamente
radicata nella nostra comunità e nella storia del territorio e della nostra città, nella quale culture e
tradizioni si sono intrecciate nei secoli, divenendo elemento di ricchezza.
Teramo, l’antica Interamnia, ha accolto tra due fiumi la sua comunità, già in epoca protostorica.
Un abbraccio che ha inglobato la narrazione di secoli di storia e dal quale sono nate la città italica,
la città romana e quella medioevale, come un cuore aperto alla modernità e al suo futuro.
L’antica Praetut ha accolto donne e uomini dal carattere forte e gentile, nascondendo dietro il
segno di un carattere duro e indomabile, la dolce armonia di un cuore accogliente. Così,
municipium, colonia, urbs e civitas, Interamnia ha accolto cives, servi, famuli e captivi, mentre
Augusto vi innalzava il suo teatro erigendo la nostra città a centro culturale. Un edificio teatrale
che Augusto volle per ricordare la morte dei suoi giovanissimi eredi, Gaio e Lucio, e per
promuovere la pax augustea e, con essa, la relazione tra popoli e comunità locali.
Una storia di accoglienza e di attenzione all’hospes segnata anche da conflitti e storie di lotte
tra famiglie nobili che, nel Basso Medioevo, il Vescovo Guido II gestì con saggezza ricostruendo
la città con Guglielmo I, Re di Sicilia, e facendo rinascere l’antica Interamnia, fiera e resiliente
città in un mondo di guerre fratricide.
Quel Guido II, vescovo in armi e capo di un esercito, che primo in assoluto, stabilì
l’importanza della libertà e dei principi di giustizia e legalità nei confronti di tutti i cittadini e che
preferì all’appellativo di Principe quello di Pater Patriae, svolgendo il ruolo di elemento
unificatore super partes. Riferimento certo e emblema della città, uomo dell’accoglienza e
dell’accettazione.
A conferma dell’anima accogliente della nostra città, non è un caso che la città romana, come
quella medievale, non ci abbia lasciato in eredità mura svettanti verso il cielo per respingere il nemico,
come in molti altri centri. Né è un caso che Teramo, la medievale Aprutium, abbia denominato
l’intero Abruzzo, nel 1223, sotto Federico II, quasi attraendo nella sua orbita di gentilezza e generosità
l’intera regione, a testimonianza del senso di accoglienza innata di un’intera comunità.
Oggi raccogliamo e proseguiamo questa storia, aprendo al mondo le porte del nostro Ateneo.
Grazie alla strategia di internazionalizzazione, accogliamo studenti da ogni parte del mondo, tra
essi anche studenti rifugiati e perseguitati, tutti desiderosi di intraprendere percorsi di eccellenza
di alta formazione e di conoscere e arricchire il nostro territorio e le sue prospettive.
Hospites provenienti da terre lontane, alcuni da luoghi di conflitto aperto, oggi questi giovani
accolti dall’Università degli Studi di Teramo si sentono membri di una comunità che li riceve
come l’Albula e il Batino hanno incluso, in epoca preistorica, la terra madre.
E anche grazie a loro oggi questa comunità può dirsi, finalmente, di nuovo in una fase di decisa
crescita: le proiezioni positive sull’andamento delle immatricolazioni, che avevamo accolto con
prudente ottimismo, sono state confermate. Con grande orgoglio posso annunciare che le iscrizioni
per questo anno accademico hanno registrato un incremento del 24% rispetto all’anno precedente,
un dato che torna a salire dopo 5 anni, recuperando e superando il decremento che si era creato nel
periodo. La componente di studenti internazionali iscritti è cresciuta di oltre due volte e mezzo in un
solo ciclo accademico, con un incremento rispetto all’anno precedente del 160%.
Un risultato straordinario che testimonia la rinnovata fiducia di famiglie e giovani nella nostra
offerta formativa e nella qualità della nostra ricerca. E voglio ricordare anche gli importanti
progetti strategici di Ateneo grazie ai quali restituiremo a breve nuova vita all’ex Manicomio di
Teramo con la Cittadella della cultura e alla nuova piastra del Dipartimento scientifico di Medicina
Veterinaria che consentirà di potenziare ricerca e didattica.
Sono risultati frutto di una visione strategica che sta contribuendo a rendere il nostro Ateneo
un polo d’attrazione capace di superare i propri confini.
Siamo un Ateneo sempre più aperto al mondo, non solo per l’attitudine all’accoglienza e la
rinnovata attrattività, ma anche per la capacità di tessere alleanze strategiche e di consolidare
relazioni di alto profilo a livello internazionale.
Il nuovo modello di sviluppo dei processi di internazionalizzazione ci ha visto stringere nell’ultimo
anno 19 nuovi accordi di collaborazione con università e istituzioni europee, africane, americane e
asiatiche, alcune di particolare prestigio. Tra queste voglio ricordare l’ingresso - come primo Ateneo
italiano - nella rete di cooperazione degli atenei brasiliani GCUB. Un’alleanza che ritengo strategica
non solo per il nostro Ateneo ma per l’intero sistema universitario italiano. Per questo il prossimo
mese proporrò all’Assemblea dei Rettori delle università italiane di aderire alla rete.
Da maggio 2026 questa Università guiderà il Consorzio UniAdrion, una rete che raccoglie più
di 55 università di 10 Paesi dell’area adriatico-ionica, con un bacino di oltre un milione di studenti.
Un mandato che interpretiamo non solo al servizio della cooperazione accademica ma anche
come occasione concreta di attrazione di progettualità e investimenti, per i territori coinvolti e
per le giovani generazioni. Credo che l’area adriatico-ionica sia una delle regioni con maggiore
dinamismo e potenzialità di sviluppo nel territorio europeo. Le università possono avere un ruolo
determinante per guidare e rafforzare la coesione di quest’area e renderla un laboratorio avanzato
di ricerca e innovazione, attraverso progetti e idee che spero di iniziare a condividere già da oggi
con i colleghi della rete UniAdrion qui presenti.
La cooperazione universitaria, nel nostro tempo, non può essere intesa solo come sinergia
scientifica tra atenei o limitarsi alla firma di protocolli e intese. Rappresenta, invece, un vero e
proprio strumento di diplomazia culturale dei nostri tempi. Dove la politica incontra ostacoli e le
diplomazie formali vengono rallentate da confini o tensioni geopolitiche, le università continuano
a tessere trame di dialogo e di mutuo confronto.
L’istituzione accademica si fa vera e propria architettura di pace e, con la circolazione di idee,
con la nascita di progetti, con l’avanzamento della ricerca, non si limita alla diffusione del sapere
ma allarga le possibilità di cittadinanza universale.
Garantire l’accesso all’istruzione e alla conoscenza significa, infatti, offrire a migliaia di giovani
la chiave per emanciparsi e per partecipare attivamente alla costruzione di un futuro condiviso.
Un futuro equo e inclusivo dove tutti, a partire dalle donne, abbiano pari opportunità e diritti e
non siano vittime di discriminazione e violenza. Questo è un messaggio che vogliamo sottolineare
oggi attraverso la campagna del “Posto Occupato”: abbiamo lasciato in prima fila un posto
“vuoto” per ricordare tutte le donne vittime di violenza che non possono essere presenti.
Per dare piena consapevolezza che la violenza sulle donne è un problema culturale e una
responsabilità sociale che riguarda tutti noi.
In questa direzione lasciatemi ricordare una funzione fondamentale che l’Università pubblica
svolge nella nostra società: per sua natura e vocazione è il più potente motore di equità sociale a
disposizione della nostra democrazia. In un tempo in cui le disuguaglianze rischiano di cristallizzare
ruoli e posizioni acquisite, scoraggiando chi ha meno possibilità, le università continuano a garantire
che conoscenza, accesso all’alta formazione e alla ricerca siano diritti aperti a tutti e tutte.
Favorire la mobilità sociale significa permettere a chiunque ne abbia desiderio, a prescindere
dalla sua estrazione sociale o dalle condizioni economiche di partenza, di poter mettere alla prova
il proprio talento, testare le proprie potenzialità e di formarsi una propria professionalità da
mettere al servizio collettivo.
E le disuguaglianze e le fratture che l’università riduce attraverso la propria missione non sono
solo quelle sociali ed economiche. Oggi ad essere diviso e polarizzato è il dibattito pubblico, e con
esso l’intera società, sopraffatta e disorientata dal frastuono comunicativo nel quale siamo immersi.
In questo contesto le università sono un presidio di scienza e di verità. Siamo custodi di un
metodo che rifiuta i dogmi, che non insegue il consenso immediato, ma si fonda sul rigore, sul
confronto motivato, sulla verifica. Come istituzione accademica abbiamo il dovere di rimanere
baluardo e bussola critica contro le semplificazioni populiste e le derive irrazionali che,
soprattutto negli ultimi anni, hanno operato un tentativo sistematico di delegittimare la scienza.
Proprio per questo motivo il sostegno pubblico alle università e alla ricerca non deve essere
messo in discussione da logiche di breve periodo: deve essere chiaro ai decisori che è solo
un’illusione pensare che si possano tagliare fondi all’alta formazione e alla ricerca senza
compromettere il futuro e le fondamenta stesse della nostra crescita.
Come dimostrato dai più illuminati economisti, ogni investimento nel sapere è un investimento
nel PIL e nella coesione delle comunità, poiché è attraverso una ricerca forte e indipendente che
siamo in grado di generare risposte e soluzioni per la crescita, per i servizi. In ultima analisi, per
difendere la capacità della nostra democrazia di prendere il futuro nelle proprie mani e affrontare
le tante sfide della transizione in atto.
Un recente speciale sulla rivista “Nature” si è interrogato sul futuro delle università a livello
globale, alla luce delle sfide senza precedenti che attraversano il nostro tempo. Pensiamo alle
innovazioni tecnologiche come l’intelligenza artificiale e alla “massificazione” globale
dell’istruzione superiore.
L’analisi convergeva su una conclusione: le università sono e devono continuare a essere una
risorsa al servizio del bene comune. E, per continuare a prosperare, onorando la propria storia e
il proprio ruolo, devono applicare a sé stesse la stessa capacità innovativa che quotidianamente
infondono nella ricerca e nel progresso scientifico.
Applicare l’innovazione a noi stessi significa avere il coraggio di ripensare i modelli della
didattica, di abbattere i recinti tra le discipline e di rivendicare, con rinnovato vigore, il valore
intrinseco della nostra missione.
In questo solco come Ateneo vogliamo riprendere e continuare a crescere, come protagonisti
del nostro tempo, con un impatto sempre maggiore sulla comunità, locale e globale.
Siamo consapevoli del ruolo importante, straordinariamente importante, che l’università
pubblica riveste come istituzione culturale e civile in quest’epoca di eccezionale complessità
internazionale.
In conclusione, a tre parole vogliamo affidare la visione futura di crescita del nostro Ateneo:
Comunità, Apertura, Innovazione.
Comunità è la nostra risposta alle grandi sfide che ci pongono davanti le tecnologie, in primo
luogo l’intelligenza artificiale, e le nuove modalità di erogazione e fruizione del sapere.
Di fronte a una conoscenza che diventa sempre più istantanea e “on demand” dobbiamo ricordare che la
nostra caratteristica è di essere prima di tutto un luogo nel quale si collabora, ci si confronta e si
dialoga, in un modo che non è replicabile da macchine e algoritmi. Una comunità capace di
includere e ascoltare prima di prendere decisioni, dove nessuno viene lasciato indietro.
Apertura perché, come dicevamo, in un’epoca di rinnovata incertezza, non vogliamo alzare
muri e recinti attorno alle nostre certezze ma ci proponiamo di aprire nuove strade. Nuovi
percorsi non ancora intrapresi che ci permettano di accogliere persone, idee e opportunità e che
consentano a tutti i componenti della nostra comunità di mettere alla prova le proprie
competenze e i propri interessi, attraverso il confronto e l’arricchimento reciproco.
Innovazione, infine. Quando ci ripeteranno per l’ennesima volta che «si è sempre fatto così»,
noi ricorderemo a noi stessi, prima che agli altri, che ogni cambiamento, ogni processo di ricerca
e di crescita, significa mettere in discussione ciò che c’è per costruire qualcosa di nuovo. E non
avremo paura di farlo, insieme.
A questa comunità, alla nostra comunità aperta e innovativa, auguro buon anno accademico!
